Erano oltre un migliaio, ieri 18 gennaio 2026, i partecipanti alla XXXIX Marcia della Pace organizzata dalla delegazione regionale della Caritas, in collaborazione con il CSV Sardegna Solidale, la Diocesi di Alghero-Bosa e il Comune di Macomer. Sono arrivati da diverse parti della Sardegna, sfidando un tempo inclemente: Chiesa Sarda (parrocchie e associazioni cattoliche, sacerdoti e suore, 4 vescovi e 1 amministratore apostolico), numerose organizzazioni di volontariato, sindaci e autorità regionali per chiedere “una pace disarmata e disarmante”, in linea con l’insegnamento di Papa Leone.
“E’ importante testimoniare anche fisicamente il grande valore della pace, del quale anche il mondo del volontariato è portatore, come lo sono i tanti giovani impegnati nel servizio civile”, ha detto Giampiero Farru, presidente del CSV Sardegna Solidale ODV.
Al termine della Marcia le riflessioni nella Chiesa della B.V. Maria Regina delle Missioni.
“È inutile parlare di una pace che disarma se non è disarmata in partenza”, dice Mons. Mauro Maria Morfino, vescovo di Alghero-Bosa che ha presieduto la Marcia. “Talvolta parliamo di pace, vogliamo pace, ma tutto prepara alla conflittualità. C’è una corsa sfrenata ad armarsi pensando che più si è armati e più ci sarà pace e purtroppo è il contrario”.
“La Marcia è un appuntamento importante che si ripete ogni anno e ci ricorda che c’è ancora tanto bisogno di pace, sottolinea don Marco Statzu, delegato regionale di Caritas Sardegna.
“Grazie a chi ha fatto concretamente un passo di pace per essere qui oggi, dimostrando di credere che la pace sia il presente e il futuro della nostra umanità”, ha detto Mons. Antonello Mura, presidente della Conferenza Episcopale Sarda. “Credo che questa Marcia permetta di comprendere ancora una volta che la Sardegna si schiera da una parte e che i passi della stessa Marcia portano in una direzione unica che è quella di sperare che il mondo si converta”.
“Non ci stanchiamo di chiedere ciò che essenziale e importantissimo per l’umanità, soprattutto in questo momento, ovvero il dono della pace.”, ha ricordato Mons. Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e vescovo di Ales-Terralba.
“Che senso ha la nostra partecipazione qui oggi? Dobbiamo partire da questo momento per seminare la pace. La città di Macomer può farsi portatrice di un messaggio che dalla Sardegna può parlare al mondo”, ha detto Riccardo Uda, sindaco di Macomer, accompagnato da tanti altri Sindaci presenti alla Marcia.
“Il grande valore della pace unisce molto di più di quanto i potenti possono pensare”ha dichiarato Piero Comandini, presidente del Consiglio Regionale della Sardegna.
Semplice e toccante la testimonianza del Cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Esfahan in Iran.
“Siamo chiamati a essere portatori di vita, di pace, a metterci in moto per credere in un mondo migliore possibile dovunque su questa terra. Perché in ciascun uomo c’è qualcosa di buono e di bello. Anche se proprio in questi giorni si ricorda proprio l’Iran per i suoi conflitti in termini di forza anche con conseguenze sulla scacchiera mondiale vi posso assicurare che anche in questa terra tanta gente aspira alla pace e vuole collaborare alla pace mondiale”.
“Qualche anno fa, prima di recarmi in Iran, mi trovavo in Libano, terra martoriata e divisa, e vidi come la gente semplice seppe ricostruire il suo paese, sempre e sempre, di nuovo, conflitto dopo conflitto. Incontrando la gente, in modo particolare durante il sacramento della riconciliazione, non si parlava della necessità di togliere le cattive erbe ma si evidenziava come fosse più importante piantare fiori nei nostri giardini. Se guardiamo quello che è bello allora ovviamente toglieremo quello che non è bello, ma se ci fissiamo solo su quello che è male non possiamo costruire e realizzare un bel giardino … Perché in ciascun uomo c’è qualcosa di buono e di bello …
Lo vidi da me stesso quando arrivai quattro anni fa in Iran. Da parecchi anni non c’era più nessun vescovo. Per i fedeli quello che contava era non essere esclusi e fare parte del mondo, della Chiesa universale. Papa Francesco volle l’inclusione e ho potuto vivere sulla mia pelle quello che significava questa inclusione, ovvero mettere questa periferia geografica sulla scacchiera mondiale, unita alla Chiesa di Roma. L’anno scorso l’ho vissuto ancora più intensamente divenendo cardinale. L’inclusione di Papa Francesco non comportava solo la vicinanza dei pochissimi fedeli della terra dell’Iran; parliamo spesso dei cattolici pari allo 0,0003% sulla popolazione di 90 milioni di abitanti e sui 17 milioni della capitale i cristiani cattolici forse sono 3500 persone. Il Papa, nello spirito della fratellanza universale, volle includere il dialogo con le autorità. Non è facile, è molto complicato ma non impossibile, e si procede passo e passo, giorno dopo giorno …
Vedo nel mio quotidiano che con piccoli gesti si può trasformare una nazione. Vi chiedo di accompagnarmi nella preghiera affinché continuiamo a essere fiduciosi che le cose possano cambiare, cambiando il cuore degli uomini.”
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